Una cosa divertente che penso di rifare (parte 3)

Siamo alla fine del racconto della prima crociera della mia vita.

(La prima parte è qui, la seconda qui)

Mi sembra di sentirvi mentre commentate che questo racconto è durato troppo, ma come accade per tutte le “prime volte”, le cose che mi hanno colpita sono state tantissime e voglio scriverle per ricordarmele.

Se volete un altro punto di vista sul viaggio in crociera, vi consiglio il libro di David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, dal quale ho tratto ispirazione per il titolo di questi ultimi miei tre post.

Con molta ironia punzecchiante, l’autore mette in luce criticità e incongruenze di questo tipo di turismo, dove tutto è semplicemente esagerato.

L’avevo letto senza aver mai fatto una crociera prima. Direi che è il caso di rileggerlo.

Ma torniamo a noi.

Dopo l’entusiasmo dei primi sei giorni della settimana, arriva il settimo giorno: il riposo il rientro a casa.

Affrontato con molto poco entusiasmo, ovviamente, un po’ perché non stiamo bene entrambi, un po’ perché è finito il divertimento.

Sbarchiamo il 6 gennaio. Ho proposto ad A. di barricarci in cabina o in bagno, per allungare un po’ il viaggio, ma non mi ha dato retta. Uff ☹️

Ritroviamo Amburgo esattamente come l’abbiamo lasciata quando ci siamo imbarcati: è domenica mattina, è presto, in giro ci siamo solo noi e c’è freddo.

Ah no, una differenza c’è: ha nevicato.

Visto che nonostante le 300 ore dormite il giorno prima, non ci sentiamo granché bene, decidiamo di andare direttamente in aeroporto.

Ci aspetta una lunga attesa, quindi ci cerchiamo un angolino comodo dove piazzare le tende e tra un sonnellino e l’altro, una mini passeggiata, cercare qualcosa da mangiare, riguardare la galleria di foto sul telefono già con molta nostalgia, arriva il momento di partire.

Uff 🥲🥲🥲

Da brava ansiosa che controlla il numero del gate ogni due secondi, c’è qualcosa che non mi torna.

Abbiamo il volo per Monaco alle 20, anche al rientro ci tocca lo scalo.

Siamo al gate giusto, la compagnia aerea è la stessa, ma l’aereo che parte da qui adesso non è il nostro. È quello prima, che ha accumulato ritardo.

Il che significa che il nostro non partirà alle 20, ma almeno un’ora e mezza dopo. Con il rischio di arrivare troppo tardi a Monaco e perdere la coincidenza per Torino.

Anche alla mia ansia viene l’ansia.

Vado a parlare con l’addetto al check-in. Non sono l’unica ovviamente, tutti quelli che devono partire sul nostro volo hanno avuto la stessa idea.

Chiediamo se possiamo partire anche noi sul volo che parte subito e prima ci dicono di no. Poi, magicamente, si rendono conto che ci sono parecchi posti vuoti e ci fanno salire. Adesso sarà lotta a chi arriva prima.

Chiamo A. al telefono, dato che lui è rimasto seduto a fare la guardia ai bagagli. Bella la vita delle persone non ansiose.

Gli dico solo “VIENI!”.

Lui intuisce “vagamente” l’urgenza del mio maiuscolo e arriva dopo due secondi. Ci ristampano la carta d’imbarco e riusciamo a salire sul volo in partenza!

E la nostra valigia? Che fine farà? In teoria doveva essere sull’altro volo con noi, ma dopo questo cambio? Dormirà ad Amburgo? Dormirà a Monaco? La rivedremo mai?

Tutte domande che mi faccio io, perché il mio compagno di viaggio non ansioso pensa solo che l’importante è che arriviamo a casa noi, poi la valigia può fare quello che vuole: “Ricompriamo tutto, sono solo vestiti” (cit.)

Sì, però io non ce la faccio a liquidare così il mio primo e unico vestito con le paillettes.

L’efficienza tedesca si manifesta ancora una volta: ci annunciano che sono riusciti a imbarcare anche i bagagli di chi sta anticipando il proprio volo, quindi la valigia è in stiva e la rivedremo a Torino. Molto bene.

Arriviamo a Monaco con la sensazione di essere in viaggio da 24 ore, ma non è finita qui.

Anche il volo per Torino ha un ritardo di quasi due ore, per neve lungo la tratta o piste ghiacciate o entrambe.

Sono le 23. Decidiamo di compiere un ultimo atto di fede e speriamo con tutte le nostre poche forze rimaste che l’aereo arrivi e, soprattutto, che riparta.

L’aereo atterra e noi e tutti i nostri compagni di attesa riusciamo a imbarcarci e ripartire a mezzanotte circa.

Dopo un volo tranquillo, all’una di notte, atterriamo a Torino. E la valigia c’è!

Prendiamo finalmente un taxi verso casa. Stanchi morti, assonnati e acciaccati. Nonostante gli imprevisti, ce l’abbiamo fatta.

I giorni successivi li trascorriamo riabituandoci a preparare da mangiare e a rifarci il letto da soli, dato che il buffet e il nostro amico cabinista Edy qui non ci sono.

E visto che io sono un tipo nostalgico e sono già triste perché “Chissà adesso quando ripartiremo?! Quanto si stava bene?? Abbiamo visto e fatto tante cose, che palle adesso andare a Porta Palazzo a fare la spesa”, A. prova a consolarmi e sdrammatizzare, facendomi trovare una serie di “cartelli” appesi dentro casa, per far finta di essere ancora in nave.

C’è riuscito, ovviamente:

Commenti

Una replica a “Una cosa divertente che penso di rifare (parte 3)”

  1. Avatar Tetta
    Tetta

    troppo carino A. che ti riempie la casa di biglietti per farti sentire ancora in 🛳

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