La ragazza in corridoio

Sono le 7:06 e l’infermiera è già passata per il primo controllo del mattino.

Mi fa il prelievo, mi misura la pressione. Come ha dormito? Sente dolore? È già andata in bagno?

Ripenso alla notte appena trascorsa. È stata un po’ impegnativa, mi ha svegliato una fitta lancinante alla spalla sinistra. Mi avevano avvisata che sarebbe successo e infatti, appena ho schiacciato il pulsantino appoggiato alla sponda del letto, intorno alle 2:40, un infermiere ha portato una flebo formato famiglia di analgesico.

Mi sento chiedere all’infermiere che farmaco c’è nella flebo. Lui mi risponde “Contramal” e io penso che mi sta prendendo in giro, perché quel nome mi sembra appena inventato, così, su due piedi. Dai, fa ridere.

Penso addirittura che non mi stia dando nulla di diverso da una soluzione fisiologica, che stia facendo un gesto simbolico, solo per accontentarmi e farmi dormire.

Mi viene capogiro, sento gli occhi pesanti e non posso fare a meno di chiuderli.

Li ho riaperti poco fa, quando ho sentito l’infermiera che mi parlava.

Ripercorro il ragionamento contorto della notte scorsa e capisco che era frutto dell’anestesia che mi hanno fatto.

Anche perché, grazie a Google, scopro che il farmaco che l’infermiere mi ha dato è un Signor Analgesico (si merita decisamente le maiuscole) e appartiene alla classe degli oppioidi.

Aaaah, ma allora adesso mi spiego perché ho una faccia bella liscia e rilassata, come se avessi fatto la dormita migliore della mia vita. Cosa che, in effetti, è successa.

Alle 7:10, in attesa della colazione, che sarà un prelibatissimo tè molto zuccherato con fette biscottate, questa è la vista dalla finestra: cielo azzurro e sole.

Sono sola in stanza e lo sarò fino alle dimissioni, ma non mi dispiace. Posso parlare al telefono o dormire quando e quanto voglio, senza disturbare o essere disturbata. E soprattutto posso stare senza mascherina.

Una comodità che, allo stesso tempo, mi pesa un po’. Non ho nessuno che sia presente fisicamente (personale ospedaliero a parte), nessuno può venire a trovarmi.

Di leggere, zero voglia, anche perché se tengo il braccio piegato, mi fa male dove mi hanno messo l’ago cannula. Niente tv, ma non so neanche se avendola in stanza la accenderei. Ogni tanto ascolto musica o mando qualche messaggio: Spotify e WhatsApp santi subito!

Mi faccio coraggio e, anche se mi scoccia un po’, chiamo qualcuno che mi aiuti ad alzarmi. Sono stati molto categorici: “Non si alzi da sola le prime volte!”.

Appena mi siedo sul bordo del letto, ricomincia il capogiro, mi sfarfalla la vista e vedo tutta una serie di puntini luminosi che sbrilluccicano qua e là.

Ok, meglio se chiamo qualcuno. Non devo avere fretta. Va bene.

Però ho fretta comunque: di capire come sto, se riesco a muovermi bene, se arrivo al bagno da sola, se mi fanno male i punti quando cammino. Il minimo sindacale, insomma.

Chiunque mi telefoni, non fa altro che dirmi di alzarmi, che il letto non mi farà guarire, che camminare mi aiuterà a smaltire l’anestesia e a rimettere in moto gli organi, che devo bere molto. Faccio tutto, obbedisco. Va bene.

Mi portano il pranzo (stelline in brodo trasparente, ormai diventate stellone da quanto sono scotte, un tristissimo cosciotto di pollo bollito e uno yogurt) e, insieme al pranzo, la notizia che non mi dimetteranno oggi. Sono passate poco meno di ventiquattro ore dall’intervento e gli sembra troppo presto per mandarmi a casa.

Dall’alto della mia non-laurea in medicina, concordo: vorrei andarmene, ma sono molto sollevata dal fatto che mi tengano qui ancora un giorno, perché non sono riuscita a finire il pranzo per la nausea sempre più forte e un po’ mi preoccupo.

Penso subito che quelle stellone inquietanti non avrei dovuto mangiarle (anche se dopo ventiquattro ore di digiuno sembravano le stellone più buone del mondo), ma mi spiegano che anche la nausea è normale, è colpa dell’anestesia e devo avere pazienza. Va bene.

Quello che ancora non so e che imparerò nei giorni e nei mesi a seguire, è che pazienza dovrò averne parecchia.

Quando oggi ripenso a come stavo, ricordo chiaramente che speravo con tutta me stessa di essere finalmente a posto, di essere guarita. Uno dei miei rari momenti di ottimismo.

Vorrei poter tornare a quel giorno per dirmi che non sarà così, avvisarmi in qualche modo, prepararmi. Giusto per non cadere dal pero quando al prossimo controllo verranno a dirmi che siamo punto e a capo.

“Guarda che starai di nuovo male, la trafila da affrontare sarà ancora lunga, ci saranno altri ostacoli. Non penserai di aver finito di piangere? Cara mia, fossi in te, quel pacco scorta di fazzoletti al supermercato lo comprerei.”

“Però sappi che avrai accanto molte spalle da bagnare a cui poterti appoggiare per ricevere conforto. Una spalla, in particolare, che affronterà tutta questa nuova situazione insieme a te.”

Se solo potessi fare quattro chiacchiere con quella ragazza spettinata, in camicia da notte, che camminava avanti e indietro, lungo un corridoio grigio, consumando le suole delle pantofole, perché le dicevano tutti che camminare le avrebbe fatto bene.

Non si può, lo so. Posso solo parlare alla me di oggi, per ricordarle che ci dobbiamo concentrare su cosa si può fare ora per stare bene.

“Un passo alla volta, sempre camminando, perché fa bene, ma senza avere fretta.”

+3 da quel giorno, oggi.


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Commenti

6 risposte a “La ragazza in corridoio”

  1. Avatar Tetta
    Tetta

    Mi hai fatto piangere

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  2. Avatar Riccardo
    Riccardo

    Bravissima 👏🏻

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  3. Avatar Lorena Auzzas
    Lorena Auzzas

    Le spalle con le quali condividere i pesi sono tante e tanti sono i cuori che accolgono le tue paure, le tue speranze, le tue risate, le tue lacrime! Ad maiora

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  4. Avatar LaValentain

    So che ci sarai sempre ❤️

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  5. Avatar marisasalabelle

    Le stelline in brodo completamente sfatte e diventate giganti sono un classico di tutte le mense ospedaliere!

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