
Venerdì sera, in uno slancio di vita mondana come non se ne vedevano da tempo, siamo andati a mangiare una pizza con un nostro amico.
Non ci sono più abituata, avevo sonno già alle 22. Uscire di venerdì, però, ti dà l’idea che il fine settimana sia più lungo, perché il giorno dopo c’è ancora tutto il sabato davanti (come se io dovessi fare chissà quale uscita di sabato sera, in inverno soprattutto) e ancora tutta la domenica a disposizione, per riposare o passeggiare all’aperto, se il tempo lo permette.
E poi, se si va a mangiare una pizza, chi sono io per dire di no. Quindi ok, si esce.
Ci vediamo verso le 20:30 e decidiamo dove andare. I due posti nuovi che volevamo provare ci hanno rimbalzati, della serie “Mi state chiamando alle 18 chiedendomi un tavolo per tre per stasera?! Ahahahahahah!!!” Scusi eh, colpa nostra, non pensavamo che durante la nostra assenza Sassari fosse diventata Milano.
Alla fine, riusciamo a trovare posto in un locale che ci ha già accolti altre due volte senza prenotazione. Ci piace il brivido di uscire e non sapere se o a che ora mangeremo, only the brave.
Ci sediamo, si beve, si mangia, ci si aggiorna sulle ultime disgrazie novità, insomma trascorriamo un paio d’ore serene. Finché non decido di andare al bagno.
Dato che ci hanno dato l’ultimo tavolo libero in fondo alla sala, per raggiungere il bagno devo passare davanti a ogni tavolo. E mi capita di buttare l’occhio su chi, a quei tavoli, ci è seduto e sta mangiando in santa pace come me, più che altro perché mi aspetto sempre di incontrare qualcuno che conosco.
Per prima cosa, noto le donne.
Truccate, ma truccate bene, con tutti i crismi: fondotinta, ombretti sfumati alla perfezione, eyeliner che manco Cleopatra, rossetti ben stampati sulle labbra, che danno l’impressione di non sbavare neanche davanti a Brad Pitt in persona.
Pettinate, con quell’effetto glamour che io ho solo quando esco dalla parrucchiera dopo tinta, taglio e piega (che mi dura solo fino al primo lavaggio di capelli in autonomia, poi addio bei capelli e diamo il benvenuto a quell’effetto che io chiamo “Piccolo Lord”). Cascate di boccoli, onde che scendono e rimbalzano perfette sulle spalle, frange che come le metti stanno e chilometri di capelli lisci, lucidi e voluminosi.
Vestite abbinate dalla testa ai piedi, anche se qui noto due fazioni. La prima è quella del “Voglio Farmi Notare“: outfit quasi tutto progettato intorno al colore elegante per eccellenza (devo specificare che è il nero?), scarpe rigorosamente con tacco alto, minimo tre collane scintillanti, sei bracciali per polso e svariati anelli impilati alle dita, in stile cartomante.
A questa fazione, si contrappone quella del “Finto Casual“: maglie e maglioncini colorati, jeans o pantaloni alla caviglia (qui le invidio molto, perché se io scopro la caviglia in inverno mi ritrovo con un piccolo iceberg al posto del piede), sneakers, cappottino color cammello poggiato sulle spalle (anche qui le invidio, io Team Scafandro almeno fino ad aprile), capello fluente, sciolto e disinvolto.
Anche le tavolate di uomini non sono da meno. Molte camicie, alcune anche coraggiosamente slim-fit, pashmine attorno al collo, jeans alla caviglia anche per loro, scarpe lucide o sneakers, mega orologio al polso in bella vista.
Arrivo in bagno e la prima cosa che vedo è lo specchio, dove nell’ordine trovo: scarponi neri, leggings neri, un maglione grosso, grigio chiaro, quasi a collo alto (a cui, onestamente, servirebbe anche una passata di rasalana), capelli sconvolti con le punte rigirate come vogliono loro, niente trucco, ma due bei pomelli rosa sulle guance e occhi rossi.

E mi viene istintivo chiedermi quand’è che ho smesso, non dico di mettermi in tiro, perché non sono mai stata una da tacchi alti, ma di darmi una sistemata decente prima di uscire.
Per quanto riguarda l’abbigliamento, mi nascondo dietro l’attenuante emergenza: sono venuta di corsa in Sardegna e i miei vestiti belli sono rimasti a Torino. Ni, perché non è che a Torino mi vesta chissà come per uscire, uso sempre le stesse quattro cose e rimango sempre sul comodo. E comunque, anche lì che ho a disposizione tutto il mio armadio, non so mai cosa mettermi e quando chiedo consiglio a mio marito, la sua risposta universale per ogni occasione e per ogni stagione è “un pantalone e una maglietta”. Grazie.
Per il trucco la spiegazione è più realistica: mi trucco sì e no tre volte all’anno. Perché non è truccarmi che mi pesa, ma struccarmi: sapere che quando torno a casa, la sera tardi, ho sonno ma mi devo comunque lavare la faccia, magari mentre sono già in pigiama, mi fa passare tutta la voglia. Se ci aggiungiamo che non sono neanche tanto capace e mi limito a disegnare una riga storta all’attaccatura delle ciglia e a mettermi un rossetto solo se sono sicura di non avere neanche un millimetro di baffi che si possa vedere, ecco svelato l’arcano.
Poi però, quando mi vedo riflessa negli specchi in giro, mi riprometto sempre di iniziare a sistemarmi. È vero che ho quasi quarant’anni appena trentasette anni, ma mi sembra sempre più necessario, soprattutto in quei giorni in cui mi guardo e ho un colorito beige e le occhiaie viola.
Mi lavo le mani, torno al tavolo riguardando tutti, penso “chissà cosa pensano loro del mio outfit e dei miei pomelli rosa alla Heidi” e ringrazio di non saper leggere la mente altrui. Finiamo la birra e torniamo a casa.
Ho deciso, la prossima volta mi trucco anche io.
Poi mi ricordo che anche i miei (pochi) trucchi sono rimasti a Torino.
Perché mentalmente faccio sempre la stessa considerazione: “tanto, ogni volta che li porto, rimangono in punizione nel beauty-case”.
Foto di Heidi: http://www.favolefantasia.com/1685/heidi.html/heidi_1-3?refresh_ce
Scrivi una risposta a LaValentain Cancella risposta