
Ho vissuto in diverse case.
La prima, quella dove sono nata, è ancora la casa dei miei. Fino ai miei venticinque anni, ho vissuto con loro e con mia sorella, in Sardegna.
Nella mia camera, ho dormito (molto), giocato (molto), studiato (molto), cantato (sempre), pianto (a volte).
Come ogni camera da teenager, ci sono stati parecchi poster appesi, qualche cornice con foto e fino a poco tempo fa c’erano anche le stelline fosforescenti al buio attaccate al soffitto.
I miei hanno deciso di imbiancare l’anno del mio matrimonio, quindi ciao stelline, benvenuta camera da adulta (anche se l’arredamento è ancora uguale a quando l’ho lasciata, collezione di Topolino compresa). Diciamo pure che ormai è diventata un po’ la stanza “appoggiatutto”, quella stanza dove si mettono alcune cose provvisoriamente, anche se poi sai che rimarranno lì per sempre, tanto tu non ci sei mai a dormire. E quando sei lì a dormire, ti tocca lo slalom tra gli ostacoli “provvisori” e ti accampi come riesci.
Adesso, anche volendo, non potrei dormirci, perché l’abbiamo ribattezzata “stanza 1”, ovvero la stanza dove mio padre sta trascorrendo la convalescenza. (Se vi siete persi questa storia, la racconto qui: https://lavalentain.wordpress.com/2023/03/06/attenti-al-piede/).

La mia seconda casa è a Genova. Ci ho vissuto tre anni con Petra, che da padrona di casa è diventata amica. Anche in questa casa ho dormito (molto), studiato (molto), cantato (sempre), pianto (a volte).
La “mia” stanza oggi è diventata la stanza “appoggiatutto” magazzino del nuovo laboratorio artigianale di Petra, dove lei realizza borse meravigliose usando tessuti vintage e ricercati (meravigliatevi anche voi: https://cloiche.it/).
Quando capito a Genova e vado da Petra, mi sembra di non essere andata via davvero da quella casa: è come se ci stessi tornando dopo aver seguito una lezione all’università o dopo aver fatto la spesa, è come se dovessi ancora decidere cosa cucinare per la cena, momento in cui io e Petra ci raccontavamo con calma com’erano andate le nostre giornate, davanti a più di un calice di vino.

La mia terza casa è a Torino e ci vivo con mio marito. Quella dove stiamo ora è la prima casa in cui viviamo insieme. L’abbiamo trovata al secondo o terzo annuncio letto online e fermata la sera stessa in cui siamo andati a vederla: a quanto pare, il colpo di fulmine esiste anche per le case.
Anche in questa casa dormo (molto), studio (tuttora), canto (sempre), piango (a volte).
Quando siamo entrati, la cucina era l’unica zona arredata. Letto, materasso e armadio sono arrivati praticamente subito (meno male, perché la vedevo dura dormire sul parquet, in ogni senso).
Invece, l’arredo della sala è rimasto“minimal” per qualche mese. Avevamo un piccolo divano letto, tipo futon, ereditato da un’amica a cui non serviva più, e la tv, momentaneamente prestata da un amico a cui era stata regalata per la laurea. La tv prestata è rimasta poi vari mesi appoggiata su uno scatolone ricoperto da un lenzuolo e l’unico altro mobile nella stanza era la scrivania che mio marito usava da studente, sopravvissuta a un altro suo trasloco. La sala era talmente vuota che la chiamavamo “sala da ballo”.
È stato bello arredare casa insieme, capire cosa si adattasse meglio ai nostri bisogni man mano che ci vivevamo dentro, personalizzare quel che abbiamo potuto, nei limiti dell’essere in affitto. È stato orrendo traumatico meno bello imbiancare il bagno e la cucina. E sorvoleremo tutti insieme sulla carta da parati arancione, grazie.

Quando parlo di questi tre posti dico sempre “a casa”, ma devo comunque aggiungere qualcosa che identifichi quale casa: “a casa dei miei” o “a casa a Sassari” o “giù a casa”; “a casa a Genova” o “a casa da Petra”; “a casa a Torino” o “su a casa”.
Dire “casa mia” non basta, perché io, in ognuna di queste case, sento di viverci sempre, anche quando sto da un’altra parte.
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