Ami

Come già anticipato tempo fa, ho tre comari: se dovessi mai ritrovarmi a dover nascondere un cadavere, chiamerei loro senza esitare, ben sapendo che la prima comare mi cazzierebbe, la seconda cercherebbe di mediare, la terza ne scriverebbe un pezzo comico (e di questa comare ne avevo già parlato qui).

Oggi vi racconto della prima comare, quella che ti cazzia ti dice le cose come stanno, quella che ti insinua il dubbio per farti ragionare su cose che non avevi previsto per conto tuo; lei è la comare dei commenti lapidari, con cui può peggiorarti o risolverti le seghe mentali su cui ti stai arenando o farti ridere fino alle lacrime.

Come quando, da poco, mi raccontava dell’invito ricevuto dalle figlie per una festa di compleanno.

La festa si sarebbe svolta in un posto dotato di pista da pattinaggio (quindi ad altissimo rischio di cadute e fratture), ma per amore delle figlie non è riuscita a dire di no:

“Eh vabbè, ci andremo, anche se quasi quasi preferivo andare a negoziare la pace con Zelensky”.

Lei è Comare Ami.

Ribattezzata Ami molti anni prima che diventasse di moda chiamarsi tra amiche “Amioooo”, come fanno le giovani di oggi, è l’unica comare con cui sono “imparentata” (fino a ora…😉), sia perché la considero una sorella, sia perché sono la madrina della sua primogenita.

Per una serie di fortunati eventi, sono stata promossa sul campo anche a madrina della secondogenita, quindi, quando ci vediamo, mi ritrovo con due bimbe, una vicina all’adolescenza e l’altra più piccola (ma bella sveglia) che litigano perché mia figlioccia grande dice a mia figlioccia piccola che non può chiamarmi Madrina, ma la piccola se ne frega e mi chiama madrina lo stesso.

Il che sembrerà pure un semplice battibecco tra sorelle, ma io lo prendo come un attestato di fiducia e affetto.

L’amicizia con Ami è nata durante i primi giorni della prima superiore, negli anni 2000: quando si usavano i pantaloni a vita bassa e a zampa d’elefante e le borsette minuscole con le borchie, quelle con la tracollina corta da portare sotto l’ascella; quando si usavano gli ombretti perlati; quando la preoccupazione principale delle nostre giovani menti era capire se Nick fosse davvero fidanzato con Britney.

Crescendo, ci siamo disilluse insieme su molti aspetti della vita, tra le varie cose scoprendo anche che Nick, il “bravo fidanzatino d’America”, molto probabilmente è stato uno di quegli uomini che nessuna donna vorrebbe mai incontrare sulla sua strada. Ma questa è un’altra storia.

Quando ripenso al periodo della scuola, una delle prime cose che mi tornano in mente sono tutti i pomeriggi passati al telefono con Ami.

Uscivamo da scuola alle 14:00 e alle 15:30 puntuali eravamo già al telefono, specialmente se tra i compiti per casa c’erano le benedette espressioni di matematica: le sviluppavamo in contemporanea, per aiutarci l’un l’altra ed essere certe di non sbagliare.

Ovviamente, a fine telefonata non sempre i due risultati coincidevano e questo rimarrà un mistero senza soluzione: magari c’era qualche disturbo sulla linea telefonica o magari si parlava anche di altro e per un momento si perdeva il conto, chi può dirlo.

Anche in quel periodo ci accomunavano molte cose, tra cui l’avversione per il salto a ostacoli durante l’ora di educazione fisica.

Quando entravamo in palestra e vedevamo gli ostacoli insormontabili (e per insormontabili intendo un’asticella alta si e no 20 cm dal suolo 🤣), ci veniva subito il male di vivere.

Per non parlare di quando ci veniva richiesto di saltare la cavallina.

O di arrampicarci sul quadro svedese.

In Svezia ci saremmo andate subito anche a piedi, pur di non appenderci a quel riquadro traballante.

Tutt’ora, non è che io salti proprio volentieri: se proprio devo, salto, ma non lo faccio mai a cuor leggero. E questo vale per i salti veri e per i salti in senso figurato.

(La prossima volta che ci vediamo devo ricordarmi di chiederle come si pone lei, ora che è adulta e vaccinata, nei confronti dei salti, anche se la risposta penso di saperla.)

Ho tantissimi ricordi legati a lei, ma l’elenco in cui ho provato a racchiuderli non è per niente esaustivo:

  • la prima volta che l’ho vista incazzata nera, ma nera che più nera non si può;
  • il viaggio per festeggiare la maturità a Barcellona;
  • le prime uscite in macchina, dato che lei è stata la prima del gruppo a prendere la patente, e i sabati in cui andavamo a ballare;
  • la volta in cui ha cercato di appiopparmi l’amico “salame” del suo fidanzato di allora (Amica, sai bene che io dimentico molte cose, ma questa no);
  • le lettere che ci scrivevamo senza neanche essere lontane;
  • quelle che ci scrivevamo quando partiva a lavorare per la stagione, le sue scritte tutte rigorosamente in stampatello, lo stesso stampatello che durante i temi di italiano le faceva perdere un’ora buona per ricopiare il tema dalla bozza al foglio protocollo.

Potrei continuare all’infinito, anche perché se faccio bene i conti, ci conosciamo da quasi metà delle nostre vite e di cose, in effetti, ne sono successe parecchie, belle e bellissime, brutte e bruttissime, come è normale che sia.

Al giorno d’oggi non riusciamo a vederci così spesso quanto vorremmo: ci dobbiamo “incastrare” tra i vari impegni e programmi per riuscirci, ma ogni volta che ci rivediamo è come se ci fossimo viste solo il giorno prima, nonostante magari siano passati anche cinque o sei mesi.

Se so di dover passare per Roma, lei è la prima persona che avviso; l’ultima volta, ha organizzato la sua discesa in Sardegna per farla coincidere con la mia; insomma, facciamo in modo di vederci sempre, fosse anche solo per due ore.

Oppure, abitudine che abbiamo preso di recente, ci vediamo direttamente a un concerto, perché abbiamo più o meno gli stessi gusti musicali.

E partono gli aggiornamenti a raffica, in una lotta contro il tempo, prima che i rispettivi treni ci riportino a casa.

La foto che ho scelto per iniziare a scrivere qui sul blog, me l’ha scattata lei, proprio a un concerto:

Una foto sfocata che va benissimo così

Quindi anche senza volerlo (e senza saperlo finora), lei è legata anche a questo blog.

Ami ha un tatuaggio che recita “Love is the only thing I believe in”, l’amore è l’unica cosa in cui credo.

E dopo questi anni di vita insieme, ho avuto più volte la prova che per lei è davvero così.

E non solo perché in quasi ogni foto che abbiamo, ci abbracciamo.

Uno dei tanti abbracci:
viaggio improvvisato verso Oliena (2011)

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