
In queste ultime settimane, mi trovo a casa dei miei e i motivi sono principalmente due: la caduta di mio padre, per cui deve stare 40 gg immobile (e a oggi ne sono passati 30) e la nascita improvvisa del mio secondo nipote, per cui mia sorella con marito e prima figlia al seguito si sono trasferiti qui, per fare vai e vieni dall’ospedale più agevolmente.
Per evitare che mia mamma affrontasse questo delirio da sola, sono corsa qui anche io e, nel frattempo, mi sono lanciata in nuovi mestieri: infermiera, badante, dama di compagnia, cuoca, governante, psicologa, babysitter. E sono sicura che sto dimenticando anche qualcos’altro.
E dire che io, in teoria, vorrei fare la social media manager e la copywriter. Ma dato che sono ancora quella libera (leggi disoccupata), ho molto tempo a disposizione per imparare le professioni di cui sopra.
Non fraintendetemi, amo la mia famiglia e sono corsa qui perché sapevo che finché non avrei visto con i miei occhi come stava ognuno di loro, non avrei dormito sonni tranquilli. Quindi sono qui anche perché lo volevo, non solo per necessità.
Solo che non eravamo più abituati a vivere tutti sotto lo stesso tetto! E ora che ci ritroviamo “costretti” a farlo, ecco, ogni tanto ci parte l’embolo, a fasi alterne, con destinatari e motivi sempre diversi. Certo, il fatto che il mio nuovo nipotino sia ancora in ospedale e debba fare ancora accertamenti, non distende l’atmosfera.
In compenso, ci pensa la sorellina. La piccola sagoma di due anni e mezzo.
Fino a due mesi fa mi chiamava “maìna”, poi non si sa come, ha deciso che potevo essere rinominata “paìna“, in evidente concordanza con “paìno” (che poi è mio marito). Oltre a coinvolgerci in eterne sessioni di nascondino dietro la tenda del salotto, dove tu ti nascondi mentre lei inizia a contare, ma poi si nasconde pure lei e allora diventa complicato anche il nascondino (l’avreste mai detto?), ha capito che “nonno ha la bua, poberino”.
Il bello, però, è che non è particolarmente preoccupata, ma al contrario, è affascinata da tutto quello che ruota intorno a lui.
Dal letto ortopedico che “si mobe“, al ginocchio che ha il “gesso” (che poi gesso non è, ma chissà chi gliel’ha detto), alla sedia a rotelle con cui portiamo mio padre a mangiare due volte al giorno in cucina con noi e alle conseguenti manovre per alzarlo dal letto senza che lui poggi il piede: ha la gamba fasciata in un tutore, perciò, quando è seduto, la suddetta gamba rimane distesa dritta e il piede punta in avanti, tipo un ago di bussola che punta imperterrito il nord.
Qualche sera fa, babbo era giusto seduto sulla sua sedia, in attesa della cena, in salotto, e mia nipote era seduta nel passeggino minuscolo della sua bambola. Mio padre la sfida a fare una gara, “facciamo a chi arriva prima da nonna!”. Quindi con le loro due ruote, chi grandi e chi piccole, hanno iniziato a trascinarsi verso mia madre, seduta poco distante, tra le risate e il tifo generale.
E mia nipote, presa dalla foga della competizione, ma anche giustamente “addestrata” a non andare a sbattere contro il piede puntato del nonno, tra urla e risate varie se ne esce con “attenti al pieeeeedeeeeee!“.
Siamo morti dal ridere. Per la cantilena con cui l’ha detto, perché l’ha urlato ridendo, perché si è accorta che stava per andargli addosso e dicendolo si è fermata, della serie “devo stare attenta al piede perché questi me l’hanno ripetuto ventordici volte a testa”. E anche perché sembrava che lo stesse prendendo un po’ in giro, tipo “ok, la gara la facciamo, ma tu vedi di stare attento a quel piede, che hai già dato!”.
Dal giorno, ogni volta che spostiamo babbo dal letto alla sedia o quando lo portiamo da una stanza all’altra, parte un “attentialpieeeedeeeee” con relativa risata.
Non avevo considerato che uno dei vantaggi di avere la casa piede piena è che la probabilità che almeno uno di noi sette sia di buon umore è più alta.

Lascia un commento